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Carolina Arantes: sono sempre stata interessata alle vite degli altri

Carona Arantes è Canon Ambassador. Il 21 e 22 Aprile 2018, Carolina Arantes terrà un Workshop a Reggio Emilia presso lo Spazio Fotografia San Zenone, nell’ambito di Fotografia Europea. In collaborazione con Canon.

, nel tuo progetto parli del problema che ha chi nasce in un paese e sente di appartenere a quel paese, ma viene comunque considerato straniero dalla comunità. È un concetto piuttosto complesso da rappresentare in immagini. Come sei riuscita?

Entrambi i miei lavori, sia First Generation sia , sono stati piuttosto complessi da tradurre in immagini. First Generation riguarda il sentimento legato all’identità, un soggetto astratto e probabilmente tipicamente francese. Ma ci sono stati altri problemi, per esempio se avessi rintracciato solo una o due famiglie con queste caratteristiche, il mio lavoro sarebbe stato limitato alla vita quotidiana di queste persone. Ho cercato immagini che potessero raccontare entrambe le culture di cui queste persone si sentono parte, da un lato quella europea, dall’altra le radici profonde nella cultura africana. Alla fine è un processo di scelta, si sceglie chi si vuole essere, che cosa si vuole mantenere e che cosa si vuole aprire ad un’altra cultura. C’è voluto molto tempo, è stato un progetto di lungo termine.

Ho cercato immagini che potessero raccontare entrambe le culture di cui queste persone si sentono parte, da un lato quella europea, dall’altra le radici profonde nella cultura africana.

Tu sei brasiliana e vivi a Parigi. Ti sei mai sentita in questa situazione?

Bisogna fare attenzione, perché le persone che ho fotografato in First Generation sono nate in Francia, non sono straniere, i loro genitori sono immigrati. Questa è una grande differenza. Quello che vedo di simile rispetto alla mia situazione, che sono lontano dal Brasile da dieci anni, nonostante ogni anno torni in Brasile, è che quando vivi distante dal tuo Paese la tua cultura viene diluita. C’è però un altro aspetto comune, e riguarda la cultura Afro-Brasiliana da cui provengo. Non dimentico mai che il Brasile ha una forte cultura Africana. Infine, un terzo aspetto comune è che sia i brasiliani sia gli africani, provengono da paesi colonizzati, dove le nostre tradizioni sono state influenzate, negli ultimi secoli, dalle tradizioni europee.

Ti sei sempre concentrata su progetti a lungo termine. Quando decidi di aprirli, e come decidi quando sono terminati?

È sempre la parte più difficile. Penso che il termine se lo dia il fotografo stesso, con la sua voglia di continuare ad esplorare una storia, entrare in un dettaglio, lavorare su uno specifico tema.

Per il tuo progetto sei entrata nelle case di riposo francesi per fotografare l’attesa della fine. È stato un progetto realizzato in poco tempo. Come hai costruito queste relazioni in pochi giorni?

Leaving to Leave è un progetto che non considero finito. È nato durante un workshop con Christopher Morris e queste persone mi sembravano un soggetto molto adatto, perché eravamo all’interno di un “mondo chiuso”, insomma una situazione chiusa all’interno di una casa, opposta a First Generation. Naturalmente per realizzare Leaving to Leave è stata necessaria molta empatia, durante questi cinque giorni si è creata una stretta relazione, ma eravamo comunque all’interno di un ambiente definito e chiuso.

L’empatia è la chiave per il tuo lavoro?

Sì, la chiave è l’empatia. Siamo fotografi indipendenti, per cui l’empatia non riguarda solo il momento della ripresa fotografica, ma anche tutta la fase in cui organizzi il lavoro, lo pianifichi e lo distribuisci, entri in contatto con i direttori dei giornali.

Siamo fotografi indipendenti, per cui l’empatia non riguarda solo il momento della ripresa fotografica, ma anche tutta la fase in cui organizzi il lavoro.

Dedichi molto tempo all’editing?

Holy Cow, per esempio, ha avuto due tipi di editing. Uno molto giornalistico ed uno destinato ad una mostra. Sono stati entrambi interessanti, perché era una storia importante per le news, ma era anche per le proiezioni, i festival, le mostre.

Insegni tutte queste cose durante i workshop?

In realtà ascolterò molto i progetti degli studenti, cercheremo di capire le linee guida dei lavori, individuare le problematiche. Sono workshop molto pratici, in cui cerco di trasmettere il mio modo di lavorare, di cercare i contatti, di produrre il lavoro, di svilupparlo, di distribuirlo.

Di solito lavori con il mondo editoriale?

Sì, sono una giornalista. Ho appena seguito una masterclass a Barcelona in produzione culturale, dove ho imparato a sviluppare progetti in modo più ampio. Tutte queste esperienze mi aiutano a sviluppare i miei progetti a lungo termine.

Perché scegli i progetti a lungo termine?

Sto cercando di lavorare anche su progetti a medio termine, della durata di qualche mese. Ma alla fine mi ritrovo sempre ad entrare in profondità nella vita delle persone.

Ma alla fine mi ritrovo sempre ad entrare in profondità nella vita delle persone.

Sei sempre stata interessata a raccontare e costruire storie?

Sono molto curiosa e sono sempre stata interessata alle vite degli altri. Non avrei mai potuto fare un mestiere che riguardasse una sola vita. Entrare nelle vite degli altri mi interessa da sempre.

E queste storie le hai sempre raccontate con una macchina fotografica?

È sempre stato talmente naturale che mi riesce difficile spiegarlo. Mia mamma è una scultrice, alcuni amici mi hanno invitato a frequentare un corso di fotografia, li ho seguiti e non ho mai smesso di fare fotografie.

Ma la fotografia è ancora un medium attuale?

Certo, naturalmente! Ogni giorno vedo due aspetti diversi della stessa materia: gli “image makers” e i “fotografi”. Produciamo immagini ogni giorno, con tutti gli strumenti possibili. Fare fotografia significa parlare una determinata lingua. Un’immagine ci serve per registrare qualcosa, ma la fotografia è una proposta, un linguaggio, devi costruire il tuo messaggio per poter parlare.


Fonte: https://www.maledettifotografi.it/fotografi/feed/


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